Purtroppo è cronaca di questi giorni, l’Italia, e soprattutto le Marche in questo caso, sono state colpite da un nuovo disastro idrogeologico. Le forti pioggie, infatti, hanno fatto esondare fiumi e torrenti e, complice un piano di normalizzazione insufficiente, l’acqua ha invaso le strade, trasformandole presto in un fiume di fango, che ha portato via cose e persone. Il bilancio è stato impietoso: un territorio devastato, danni per milioni di euro e diverse vite spezzate.

Purtroppo, anche per colpa del cambiamento climatico e dell’incuria, questi fenomeni stanno diventando sempre più frequenti e devastanti. Non bisogna più procrastinare, e diventa sempre più necessario mettere in campo una politica integrata sul territorio e sui corsi d’acqua che coinvolga tutti i soggetti interessati per passare dalla logica dell’intervento localizzato in emergenza a quella della prevenzione.

Questo vuol dire che lo stato centrale, gli enti locali, insieme a cittadini e aziende devono coordinarsi per ridurre al minimo qualunque rischio. Non è più possibile prescindere dalle conseguenze dei cambiamenti climatici su un territorio reso vulnerabile da un’eccessiva antropizzazione e una mancanza di manutenzione che si è protratta per decenni.

Ma che cose il dissesto idrogeologico? Essenzialmente è l’insieme dei processi geomorfologici che producono la degradazione del suolo e di conseguenza l’instabilità o la distruzione delle costruzioni che sono localmente presenti; esso comprende tutti i processi naturali che corrompono un territorio, a partire dall’erosione superficiale o sotterranea, fino agli eventi più catastrofici quali frane e alluvioni.

Per contrastare questo fenomeno, in Italia, dopo che per decenni la politica è rimasta immobile, semplicemente erogando indennizzi ai danneggiati dalle alluvioni e dalle altre calamità, sono nati vari movimenti dal basso con la partecipazione anche di amministratori locali, volti a tutelare e difendere il territorio. La legislazione statale ha recepito l’esigenza di un approccio non frammentato geograficamente, preservando l’unità fisica dei bacini idrografici, e a partire dalla legge n. 183 del 1989, individua le pratiche di previsione, prevenzione e mitigazione degli effetti.

La previsione, secondo l’articolo 3 comma 2 della legge n. 225 del 1992, consiste nelle attività dirette allo studio ed alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone del territorio soggette ai rischi stessi.

La prevenzione, secondo l’articolo 3 comma 3 della stessa legge, consiste nelle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti agli eventi di cui all’articolo 2 anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione.

La mitigazione degli effetti distruttivi consiste nella serie di azioni attuate al fine di ridurre il rischio a persone, manufatti e ambiente.

In Italia è stimato che basterebbero 4,1 miliardi di euro per mettere in sicurezza il Paese con un’adeguata pianificazione che gestisca la fase di intervento e stabilisca i piani di manutenzione con effetti e ricadute positive anche in termini economici e di occupazione.

Nel 2019, il Governo Conte II decise di spendere un miliardo di euro per ripristinare un milione di alberi nelle zone inaridite o comunque coinvolte da gravi cataclismi naturali.

Lo sappiamo, sono dei fenomeni incontrollabili che possono avvenire senza alcun preavviso e senza alcuna preparazione preliminare. La prevenzione è l’unica arma che abbiamo a disposizione. Infatti, una corretta gestione del terreno intorno alle nostre case o aziende farà sicuramente la differenza. Vero l’acqua non è il fuoco, ma noi di Ovrema estintori sappiamo che in certi contesti può avere lo stesso impatto distruttivo.